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Il Mistero dell’Essere cap. XVII “Peccato e pentimento di Davide

Voglio pubblicare il XVII capitolo del mio libro ” Il mistero dell’Essere”.

Chi fosse interessato può acquistare  l’intera opera al costo di euro 3,50 in formato e elettronico seguendo le indicazioni presenti sulla home page di questo sito.

Buona lettura

                                                cap. XVII “Peccato e pentimento di davide” (sam. 12,1) 
Signore mandò il profeta Natan a Davide e Natan andò da lui e gli disse: “Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia. Un ospite di passaggio arrivò dall’uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui portò via la pecora di quell’uomo povero e ne preparò una vivanda per l’ospite venuto da lui”. Allora l’ira di Davide si scatenò contro quell’uomo e disse a Natan: “Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà”. Allora Natan disse a Davide: “Quell’uomo sei tu! Così dice il Signore, Dio D’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ti ho messo fra le braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e se questo fosse stato troppo poco vi avrei aggiunto anche dell’altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria L’Ittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. Ebbene la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Ittita. Così dice il Signore: “Ecco io sto per suscitare contro di te la sventura della tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un tuo parente stretto che si unirà a loro alla luce di questo sole; poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole”. Allora Davide disse a Natan: “Ho peccato contro il Signore! ”. Natan rispose a Davide:”Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai. Tuttavia, poiché in questa cosa tu hai insultato il Signore (l’insulto sia sui suoi nemici), il figlio che ti è nato dovrà morire”. Natan tornò a casa sua.
                                                                                  commento
La storia del popolo d’Israele è giunta in quella fase in cui Dio finalmente adempie le promesse fatte ai patriarchi dei quali il popolo d’Israele è la discendenza, designando il più grande dei loro re in Davide, valoroso guerriero e grande re, il quale guida il popolo ebreo di vittoria in vittoria alla conquista della terra promessa dove scorre latte e miele. Vi chiederete senz’altro: “Come è possibile che un uomo così grande e valoroso come re Davide possa essersi macchiato di un peccato tanto grave come quello di commettere adulterio con Betsabea moglie di Uria L’ Hittita, uno dei suoi più valorosi soldati e come se non bastasse, di mandare lo stesso incontro a morte sicura esponendolo in prima fila in battaglia per nascondere il suo peccato?” Eppure Davide nonostante il gravissimo peccato commesso rimane un grande uomo nonché uno splendido esempio di re. Vi chiederete ancora: “Si può essere grandi quando si è commesso un peccato come quello di Davide, che solo a sentirlo raccontare, invoca una giustizia pronta e spietata per la sua stessa gravità secondo il giudizio pronunciato dallo stesso?” Provo a rispondervi con un si e la risposta è giustificata da quella stupenda ammissione che Davide fa, allorché il profeta Natan gli rivela che quell’uomo contro il quale egli aveva emesso un giudizio di morte dicendo: ”Per la vita del Signore chi ha fatto questo merita la morte”, è lui stesso. Re Davide non ha cercato scuse, come probabilmente avremmo fatto noi dicendo che magari la colpa era di Betsabea che ci aveva indotti a peccare facendo il bagno nuda in giardino, ma ha ammesso la sua colpa in maniera assoluta senza cercare di giustificarla con quella degli altri. “Quell’uomo sei tu”. Sono queste le parole che Dio stesso ci dirà allorché nel giudizio finale ci chiederà conto di tutte le volte che abbiamo giudicato il nostro prossimo molto più severamente di quanto abbiamo giudicato noi stessi. Ci dirà anche: “Quell’uomo che tu hai giudicato e che avresti voluto uccidere tanto lo ritenevi ingiusto, ebbene quell’uomo sei tu: Cristo ci dice nei vangeli:
“Con lo stesso giudizio con cui hai giudicato gli altri sarai giudicato”.
E San Paolo nelle sue lettere:
“O uomo non ti accorgi che giudicando gli altri condanni te stesso?”
Il Mistero che ci ha originati rivelandosi a noi è stato chiarissimo su questo punto, assicurandoci che il giudizio finale a cui dovremo sottostare alla fine della nostra esistenza terrena, sarà costituito dai nostri stessi giudizi espressi nei confronti del nostro prossimo nel corso della della nostra vita, in situazioni analoghe a quelle a cui dovremo rispondere nel giudizio finale. Quindi l’uomo per salvarsi e rendersi così degno di entrare in comunione di vita eterna con il suo Creatore, ha due possibilità: • La prima consiste nel non commettere mai peccato e giudicare severamente gli altri. • La seconda consiste nel peccare ma al tempo stesso nell’essere capace di perdonare i peccati degli altri, cosciente del fatto che, perdonando gli altri, non fa altro che perdonare se stesso.
Premesso quindi che la prima possibilità non è realizzabile, in quanto tutti gli uomini anche i più grandi come Davide, almeno una volta nella vita peccano gravemente, non rimane che la seconda. Ma alla seconda possibilità si accede dopo la presa di coscienza che rende grande l’uomo e lo fa crescere, da quel poter dire consapevolmente:
“Ho peccato contro il Signore”.
La grandezza di Davide è salva nel momento in cui egli, pronunciando questa frase, ammette la sua colpa senza preamboli o inutili scuse ma in maniera assoluta. La grandezza dell’essere è tutta qui: nella coscienza di peccare continuamente contro quell’Amore che lo ha chiamato ad esistere e che lo avvolge passo dopo passo in tutta la sua esistenza, nella coscienza di essere incapace di ricambiare adeguatamente un amore così grande. Coscienza questa che porta l’essere a mendicare, oltre al resto, anche la capacità di amare per poter corrispondere almeno in parte ad un amore così grande, nella coscienza che tutto, anche la capacità di amare proviene dalla sua Origine. Costruire al contrario la propria vita giudicando gli altri, prima di avere severamente giudicato se stessi allontana da quell’amore

perché chiude l’essere entro i suoi limiti, anziché aprirlo alla grandezza di Dio. Il motivo di questo allontanarsi è semplice, finché non si abbandona la propria misura nel valutare tutte le situazioni Dio non ci può far partecipe della sua. Perdonare significa in fondo rimettere tutto ad una giustizia più grande, nella consapevolezza che da quella giustizia abbiamo anche noi molto da farci perdonare, che saremo perdonati solo se a nostra volta sapremo perdonare e che quindi perdonando gli altri facciamo anche e sopratutto i nostri interessi. A questo punto preciso che perdonare non significa astenersi dal giudicare il bene e il male che avviene intorno a noi, anzi bisogna sempre avere chiaro il limite del perdono e della carità che dobbiamo usare verso il nostro prossimo, ebbene questo limite è la verità stessa che non può essere annullata da quell’amore e da quel perdono che essa stessa ci comanda. Di conseguenza, perdono e carità dovranno essere offerti nella verità della circostanza stessa che li provoca e non secondo un nostro personale concetto di amore e di perdono ma nella stessa maniera in cui il Cristo ci insegna ad amare e a perdonare. In altri termini il perdono, perché possa rimettere in moto il rapporto affettivo con la persona a cui viene offerto, deve passare attraverso l’ammissione della colpa da parte di chi l’ha commessa in quanto il perdono non può annullare quella verità di cui è parte. Nel caso manchi questa ammissione, il perdono si traduce in chi lo offre in uno stato d’attesa e di disponibilità che consente al soggetto in colpa di rendersi conto del male fatto. L’ammissione della colpa potrà anche essere sollecitata tramite una richiesta di chiarimento da parte di chi vuol perdonare. Del resto, se le cose non stessero così come intendono alcuni, anche Dio potrebbe benissimo perdonarci tutte le colpe senza mai giudicarci. Egli invece, ci perdona non perché intende far venire meno la giustizia, ma unicamente per offrirci la possibilità di amare anche dopo il peccato, ciò che avremmo dovuto amare prima di peccare. Il perdono di Dio quindi, è strumentale alla nostra crescita nella verità e proprio per questo ha due limiti inderogabili: • che non può essere un perdono che che neghi la verità stessa. • che coincide con la morte fisica dell’essere.
Anche il nostro perdono quindi, non dovrà avere il carattere di una mera rinuncia a controbattere il male (che anzi in questo caso potrebbe trattarsi di vigliaccheria travestita da perdono) ma avrà unicamente lo scopo di offrire a coloro che perdoniamo, quella stessa possibilità che Dio dà a ciascuno di noi perdonandoci. Ma Dio non ci perdona prima che ci siamo pentiti, ed abbiamo ammesso la nostre colpe; anche se riamane sempre in attesa della nostra sincera richiesta di perdono. Chi ha capito veramente cosa significa perdonare sa che il perdono lungi dal produrre atteggiamenti passivi, come purtroppo accade quando viene inteso male, produce nell’essere una intensa attività che va dalla preghiera a Dio, perché faccia ravvedere l’offensore, allo sprigionarsi della sua intelligenza e creatività nel creare azioni efficaci ed incidenti tali da portare il soggetto che ha offeso ad una sincera ammissione della sua colpa, più che nei suoi confronti, nei confronti del principio che lo ha originato, come fece Davide dicendo: “Ho peccato contro il Signore”. Senza contare, che l’autentico perdono degli altri passa anche attraverso il perdono di se stessi, dei propri limiti e delle proprie grettezze, perché chi non è capace di perdonare se stesso a maggior ragione non può essere capace di perdonare gli altri. Accettare il proprio essere nella verità dei suoi limiti e delle sue colpe, significa capire i limiti e le colpe degli altri ed essere capaci di perdono gratuito e vero. Un altro punto mi sembra opportuno chiarire, quello della morte del figlio di Davide. Qualcuno certamente si sarà scandalizzato, leggendo alla fine il testo biblico riportato che il figlio di Davide dovrà morire a causa del peccato del padre, come in effetti avviene. Ma perché scandalizzarsi di un mistero di cui l’uomo è parte, invece di cercare di capirlo? Se il creatore ha stabilito che fra le sue creature ci fosse una solidarietà nel male è perché la stessa solidarietà c’è anche anche nel bene. Se ha stabilito che il male dei padri ricada sui figli, come in effetti è stato da sempre ed è ancora oggi, perché inorridiamo? Certamente per cercare di sfuggire ad una buona parte della responsabilità legata al nostro essere. Non sappiamo forse che non è mai servito a nulla cercare scuse o negare l’evidenza, ma invece è necessario assumersi interamente la propria responsabilità e fare quello che va fatto, per evitare non soltanto a noi ma anche ai nostri figli che dipendono da noi grossi guai? In fondo a ben pensarci, Dio ci ha tanto resi simili a se da far dipendere i nostri figli in gran parte da noi, allo stesso modo in cui noi dipendiamo in tutto da Lui. In altri termini ci ha resi creatori, anche se indiretti, di nuove vite facendoci sperimentare cosa significa generare un essere simile a noi dipendente, almeno all’inizio, in tutto da noi al punto che possiamo anche sopprimerlo, come del resto anche la legge scandalosamente ci consente non condannando l’aborto, proprio per renderci più chiaro il nostro rapporto con Lui. Di conseguenza, Dio rende la nostra soggettività misteriosamente partecipe del suo stesso potere di creare. Come non vedere in tutto questo un immenso amore del Creatore per le sue creature? Se poi questo potere datoci per amore (lo stesso che Davide esercitava su un intero popolo) noi lo usiamo per uccidere o per far del male perché ci scandalizziamo di Dio e non di noi stessi quando subiamo le terribili conseguenze del nostro operato? Forse ci scandalizzeremmo di chi, avendoci dato generosamente una forte somma, si trovasse poi a dover constatare che con quella somma abbiamo compratola droga per noi e per i nostri amici, anziché spenderla in maniera costruttiva ed utile? Chi avrebbe il coraggio di dire che il male di avere qualche drogato in più sia stato causato dal quel gesto di generosità che comunque ha consentito il fatto, piuttosto che dalla stoltezza di coloro che erano stati beneficati? Se non arriviamo a questa conclusione, è perché abbiamo imboccato quella brutta strada che ci porta a dire che la colpa è sempre di qualcun altro e mai nostra, non rendendoci conto che questo equivale alla rinuncia della nostra soggettività. Ma se ci reputiamo solo degli oggetti nelle mani di cose più grandi di noi perché ci lamentiamo borbottando contro Dio e contro gli uomini, assumendo così all’improvviso una capacità di giudizio che implica quella soggettività a cui, in altra occasione, abbiamo rinunciato? Vogliamo dunque alternarci nel ruolo di soggetti o di oggetti a seconda di ciò che ci risulta più comodo. Di certo è proprio così, e se siamo giunti a tanto la “colpa” è unicamente di Chi ci ha elevati ad una dignità che non meritavamo e ci ha amati di un amore di cui non eravamo degni.
Ma che volete farci, l’amore è quella forza misteriosa che fa accadere le cose più strane come quella di far salire Dio sulla croce riducendo l’Onnipotenza alla più assoluta impotenza e come consente a noi di perderci molte volte dietro falsi dei, consente a Dio di perdersi dietro la sua creatura fino a dare la vita per salvarla e fa si che egli ami anche chi non meriterebbe di essere amato. Siamo dunque ad immagine e somiglianza di Dio anche in questo perderci in amori che ci fanno molto soffrire senza darci nulla in cambio, infatti cosa potremmo sperare di dare noi a Dio che Egli non possieda già. Ma mentre il “perdersi” di Dio è per noi fonte di vita, il nostro perderci dietro falsi dei è per noi e per i nostri figlisolo fonte di morte.

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Il tempo lo spazio e l’eternità. ( parte seconda )

Voglio comunicarvi le ulteriori  riflessioni sul tempo lo spazio e l’eternità. ( leggi il primo articolo sull’argomento su questo sito, vedi anche video di Bonolis sulla sua conferenza alla Luiss dal titolo”Way Into the Future ..But Watch Your Step! “)

Mio figlio Gianfilippo mi ha posto una interessante domanda sull’epoca in cui avrei preferito vivere. Come tutti i giovani dell’era digitale, pretendeva da me una risposta immediata come è quella che ci può fornire un motore di ricerca come google, ma io gli ho detto che per rispondere ad una domanda così importante, era necessario che ci riflettessi un pò.

Ebbene dopo averci riflettuto, cercando nella mia memoria,  ho fatto la seguente scoperta che mi ha stupito: Esaminando i momenti più felici e più tristi della mia vita  mi sono accorto che i sentimenti di gioia o di dolore che mi avevano provocato non dipendenvano dall’epoca in cui erano collocati, quanto piuttosto da come li avevo vissuto  io, all’interno delle epoche stesse.

Infatti, le “perle” e le sofferenze della mia vita ( come diceva il Principe Fabrizio ricordando le sue vicissitudini prima di morire, nel celeberrimo romanzo: ” Il  Gattopardo”) erano e sono connotate dal mio grado di avvicinamento  all’Assoluto all’Eterno.

Questa considerazione ha come fondamento la concezione di tempo e di eternità di cui parla Sant’Agostino nella sua opera più celebre “Le confessioni”. Nella stessa, Sant’Agostino dice in pratica che, il tempo altro non è, se non una parentesi aperta dall’onnipotente Dio nell’eternità, che è la dimensione stessa di Dio. Specifica inoltre, che nell’eternità  sono presenti contemporaneamente le tre dimensioni temporali : passato presente e futuro  che sono le dimensioni temporali nelle quali vive ciascuno di noi.

Ora rendiamoci conto che, le dimenzioni spaziali e temporali sono causa in noi di continui mutamenti (il più estremo dei quali è la morte) che contrastano con la nostra natura eterna ed immortale e ci sottopongono a dei continui sbalzi di umore.

Considerato tutto ciò,  ripercorrendo i momenti più esaltanti e felici della mia vita, ho potuto ricordare che essi sono sempre stati e sono legati, non alle varie epoche in cui ho vissuto, ma al come le ho vissute soggettivamente; infatti tutte le volte che con la mia vita,  sono riuscito a realizzare i valori costitutivi della mia persona che sono eterni ed immortali ho provato felicità;  quando invece me ne sono allontanato ho provato tristezza e dolore.

Benedetto Spadaro

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L’esternalizzazione delle colpe

Una delle cose che vanno molto di moda nella moderna civiltà è l’esternalizzazione delle colpe dalla propria soggettività. Infatti è  comune l’abitudine a lamentarsi dicendo che la colpa, quando le cose vanno male,  è sempre di qualcun altro,  senza porsi il problema se c’è una parte di colpa che è anche nostra.

Questo puntare il dito sugli altri e mai su noi stessi  provoca una situazione di stallo, nel senso che ci sentiamo appagati nella comune lamentela senza fare nulla per cambiare veramente le cose e sopratutto per cambiare noi stessi, che è la cosa che sta, più  di tutto il resto, alla nostra portata e che potrebbe migliorare di molto la situazione.

In pratica sprechiamo le nostre preziose energie in un piangersi addosso lementandosi degli altri, anzichè impiegarle molto più profiquamente cercando in noi delle possibili evoluzioni e cambiamenti che possano migliorare oggettivamente la situazione.

Vi assicuro che questo è un errore fatale, che fa si che la nostra vita, non solo non si evolva in meglio, ma  diventi  triste impotente.  Invece se ci pensiamo bene e ci abituiamo a condividere le colpe di tutto il male che accade, senza cadere nell’eccesso opposto, esagerando con i sensi di colpa, facilmente scopriamo che possiamo fare anche noi qualcosa per migliorare la situazione senza aspettare che  la facciano gli altri per primi.

Come diceva il Mahatma Gandhi: “Cominciamo noi ad essere il mondo che vorremmo” rendendoci finalmente conto che esternalizzare le colpe ci rende sterili, invece condividerle nella giusta misura ci  rende propositivi e provoca un nostro miglioramento.

Benedetto Spadaro

Ieri è nato Leonardo il primo nipote dell' Artista

L’irrealtà del vivere senza significato

Quando pensiamo al significato da dare alla nostra esistenza, stiamo facendo, forse senza rendercene conto, una delle attività più nobili e proficue del nostro essere uomini. Infatti se non attribuiamo un significato a noi stessi ed alla nostra vita, per la proprietà transitiva, anche tutto il resto perde di significato. Come ripeteva spesso Don Luigi Giussani, uno dei maestri della mia vita, ” L’uomo è il livello della natura che si chiede il perché delle cose.” Per cui non solo è umano ma è anche indispensabile la ricerca continua del proprio significato.

Diceva Mircea Eliade storico delle religioni: ““ Più l’uomo è religioso più è reale, più si strappa all’irrealtà di un divenire senza significato”.

In pratica voglio dire che, se l’uomo non trascende se stesso e non ammette una entità oltre se stesso, che dia senso ed unifichi tutta l’esistenza, vive in una irrealtà e in un divenire senza significato, che compromette non solo l’aldilà ma anche e sopratutto l’aldiquà.

Concludo dicendo che chi crede nell’aldilà sta meglio anche nell’aldiquà, per cui, se per pura ipotesi, Dio non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Benedetto Spadaro

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Nel cristianesimo il merito è più nel riconoscersi peccatori che nel cercare di essere giusti

E’ molto difficile da accettare per molti di noi, ma è proprio così: ” Nel cristianesimo il merito è più nel riconoscersi peccatori che nel cercare di essere giusti”. Trattasi di una rivoluzione copernicana operata da Gesù, che in quest’epoca in cui impera un falso moralismo che spinge i più, specie in politica, a dire: “Io sono meglio di Lui” evidenzia la negatività di questa corsa a vantarsi di essere migliori intrapresa dai nostri politici, che senza pietà, non mancano di assestare colpi bassi ai propri avversari pur di prevalere.
Infatti non c’è nulla di più anticristiano che pensare di essere migliori o più giusti degli altri e perciò pensare di avere il diritto di inveire duramente contro i peccatori, in quanto Gesù stesso ci ricorda, in varie occasioni che, chi non ha coscienza di essere un povero peccatore non gli appartiene.
Ed allora quanto sta accadendo in politica sotto i nostri occhi è quanto di più anticristiano possa accadere, ovvero una corsa frenetica dei contendenti nel cercare la pagliuzza negli occhi dei loro avversari, per nascondere la trave che sovrasta i propi occhi. E’ assai raro sentire un politico dire ai suoi sostenitori: “Scusate ho sbagliato”, e anche quando ciò accade, questo fatto, viene considerato non una virtù ma una debolezza.

A noi comuni mortali dovrebbe sorgere almeno il dubbio che forse abbiamo perduto la bussola, se giudichiamo l’ ammissione di colpa una debolezza e l’accusa sistematica e crudele dei propri avversari una virtù.

Benedetto Spadaro

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Titanic: una storia per sempre

Voglio pubblicare un  bellissimo articolo scritto da mia figlia Roberta all’epoca dell’uscita del film-capolavoro di James Cameron ispirato alla tragedia del Titanic. Come tutte le cose belle a distanza di numerosi anni, né il film né l’articolo hanno perso il loro fascino.

Benedetto Spadaro

 

 “Titanic-mania”: un’interpretazione sociologica

Credo che chi, come me ami il cinema e si interessi di sociologia e mass-media, non possa fare a meno di confrontarsi   col fenomeno “Titanic”o quanto meno di chiedersi le ragioni che ne hanno decretato un così planetario successo.

Infatti il piroscafo inabissatosi il 14 aprile del 1912 al largo di Terranova, conta ben 17 films realizzati sulla sua storia, centinaia di libri, documentari, poesie, siti Internet, mostre e persino un fan-club ufficiale; insomma, per chi fosse colpito dalla “febbre del Titanic” è possibile sapere davvero tutto su quella notte ( perfino il menù servito in prima, seconda e terza classe o la biografia di ogni passeggero, consultabile in rete).

Ma perchè proprio il Titanic e non, che so io, l’Andrea Doria? Di navi affondate nell’Atlantico  è piena la storia, ma solo il Titanic è diventato una leggenda, che abita sogni e timori dal nostro immaginario collettivo, e con il quale hanno voluto confrontarsi decine di artisti, da De Gregori all’ultimo Cameron. Ma a questo punto mi chiedo: ” E’ bastato davvero un film come quello di Cameron seppur straordinario e così ricco di emozioni, immagini indimenticabili, spunti di riflessione e sopratutto perfettamente “realistico” ad innescare la “Titanic-mania”?

Probabilmente no. Il fascino del Titanic e di quella catastrofe lenta, silenziosa, consumata fra i ghiacci, mentre l’orchestra continua a suonare, è forse dovuto ad una storia che è la metafora del nostro secolo, di un’epoca votata al dio progresso, al mito dello sviluppo illimitato.

Oggi che inizia un nuovo millennio e il futuro ci appare un po incerto, ci costringiamo ancora a credere nel progresso, ma in fondo ne diffidiamo. Guardiamo a quei passeggeri, protetti da 16 paratie stagne che avrebbero dovuto tenerli al sicuro, come le vittime di una punizione naturale e “divina” che rimette i presuntuosissimi uomini al loro posto, forse perchè quella nave è il capo espiatorio di una società affascinata dalla sua stessa fine, o forse perchè anche noi, in fondo, abbiamo smarrito la rotta e ci sentiamo un po’ tutti sul ponte del Titanic.

Roberta Spadaro

Alla velocità della luce

ARTICOLO SCATURITO DALL’INTERVISTA ALL’ARTISTA DI FRANCESCA AGOSTINO pubblicato su Eurocomunicazione

F.Agostino B. Spadaro articolo_f (2)

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Il nuovo disordine mondiale

Amici che mi seguite, vi invito a prendere visione nella pagina dedicata ai video, del  video pubbicato su You tube da mio Figlio Gianfilippo ( Spartacus ) e del suo  amico Edoardo ( metamorfosi ) perchè è un piccolo capolavoro denso di significati forti e di un ritmo accattivante.

Considerato che è un’opera prima di due rapper diciannovenni  lascia intravedere la nascita di due nuovi artisti che non mancheranno di stupirci ancora.

Buona visione

Benedetto Spadaro

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Il vero problema dell’uomo è volere racchiudere l’Infinito nel finito

Stamane parlando con mio figlio Gianfilippo ( 19anni) mi è venuto  spontaneo pronunciare questa frase:  “Il vero problema dell’uomo è quello di volere racchiudere l’Infinito nel finito” per spiegargli che non poteva comprendere quello che stavo pensando in quel momento nonostante tutte le mie spiegazioni, perchè è impossibile racchiudere, in una spiegazione, l’infinito che abita in ciascuno di noi.

Una canzone di circa 20 anni fa recitava “Come può lo scoglio arginare il mare” infatti lo scoglio argina il mare in condizioni normali, ma vi rendete conto che quando accade qualcosa di eccezionale, come uno tsunami, esso non può più contenerlo perchè è una cosa troppo grande per uno scoglio.

Ebbene la stessa cosa accade quando l’Infinito che abita in tutti noi si rivela a noi stessi, quando cioè veniamo investiti da uno tsunami  di emozioni e di sensazioni che difficilmente riusciamo a spiegare a chi ci sta accanto.

In questi casi chi ci sta accanto ci percepisce come degli exstraterrestri solo perchè non si rende conto che in noi si sta rivelando l’Infinito e vuole spiegare quello che ci accade con la sua ragione che è limitata e finita.

Spadaro Benedetto

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De Andrè

Il testamento di Tito di Fabrizio De André

Voglio commentare  il testo di  una delle più belle canzoni italiane scritta dal grandissimo cantautore Fabrizio De Andrè  perchè, per i più giovani, può essere di difficile comprensione.

L’altro giorno, mio figlio Gianfilippo, che ha da poco compiuto diciotto anni, mi ha fatto sentire la canzone “Il testamento di Tito” del grande cantautore Frabrizio de Andrè e mi ha chiesto di spiegargliela. Ho cercato di soddisfare questa sua richiesta e vi assicuro che non è stato per niente facile perchè nè è scaturita una discussione che ci ha impegnati per quasi un’ora. E’ un testo bellissimo e densissimo di significato che va però contestualizzato nel periodo in cui la canzone è stata scritta

La canzone fa parte dell’album intitolato La buona Novella. De André, alla domanda che gli fu posta sul perchè aveva composto quest’album dedicato alla figura di Gesù Cristo rispose:  “Perché Gesù è il più grande rivoluzionario della storia”.

Nella canzone c’è la denuncia di tutto il male e le ipocrisie che erano presenti nella società al tempo in cui fu scritta; denuncia e ipocrisie presenti in gran parte anche oggi.

Ricordando uno per uno i Dieci Comandamenti, De Andre magistralmente riporta, per ciascuno di essi, il suo giudizio  riguardo a come gli uomini abbiano ipocritamente strumentalizzato gli stessi, distorcendone il significato originario per asservirli ai loro interessi, che sono spesso di natura opposta allo spirito con cui Dio li ha dati agli uomini.

L’iperbole della critica spietata viene mitigata dall’ultima strofa del testo della canzone in cui il cantautore riconosce che nonostante tutto nel Cristo crocifisso egli ha riconoscituto il significato vero della parola amore.

La strofa iniziale basta da sola a demolire tutte le tesi a favore degli scontri di civiltà. Ma anche nelle altre strofe si combatte una battaglia di pace, contro ogni oppressione di un potere che usa ogni cosa (la famiglia, la religione, il denaro) per creare disuguaglianza e dolore. Non a caso queste parole sono affidate a un “ultimo”; Tito appunto un reietto, un delinquente, uno dei due ladroni crocifisso insieme a Gesù ( secondo i vangeli apocrifi).

Non avrai altro Dio, all’infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse, venute dall’est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te,
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano
davvero, lo nominai invano.

Onora il padre. Onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:
quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che rigurgitan salmi
di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.

Il quinto dice “non devi rubare”
e forse io l’ho rispettato
vuotando in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l’ami, così sarai uomo di fede:
poi la voglia svanisce ed il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore,
ma non ho creato dolore.

Il settimo dice “non ammazzare”
se del cielo vuoi essere degno.
guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno.
guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino
e scordano sempre il perdono.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri,
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri, già caldi d’amore
non ho provato dolore.
L’invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore.

Benedetto Spadaro