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Una famiglia difficile: Davide Amnon Tamar e Assalonne

Stamane, leggendo nella sacra Bibbia la storia di re Davide e dei suoi figli Amon, Tamar e  Assalonne ho riflettuto su quanto, le storie narrate nell’antico testamento, siano attuali e sono rimasto colpito da quanto sia stata complessa e piena di colpi di scena la storia della famiglia del re Davide. Sono arrivato alla conclusione che: “Non bisogna amare mai la creatura,  più del Creatore”.

Provo a narrarvi brevemente quanto riportato nel libro di Samuele riguardo al re Davide e ai suoi  figli Ammon, Tamar e  Assalonne.

Siamo al tempo in cui re Davide regna su Israele, al re nascono numerosi figli dalle sue numerosissime mogli e concubine ( circa 1.000 donne in tutto ) fra costoro vi è anche Salomone figlio di Betsabea, che ne erediterà il regno alla sua morte. Fra gli altri figli, vi sono Amnon,  Tamar e Assalonne;  accade che Amnon si invaghisce perdutamente della bellissima sorella Tamar e con l’inganno, fingendosi malato e bisognoso di cure,  l’attira a casa sua e si unisce a lei,  contro la sua volontà violentandola e disonorandola. Il fratello Assalonne, venuto a conoscenza della cosa, medita vendetta contro Amnon per il grave affronto subito da sua sorella Tamar. Lascia passare due anni e  organizza un pranzo a cui partecipa anche suo fratello Amnon e, quando questi è inebreato dal vino, si vendica facendolo uccidere dai suoi servi, poi scappa lontano perchè teme la reazione del re Davide loro padre.

Il re Davide, dal canto suo, conoscendo queste vicende che riguardano i suoi figli ne è molto addolorato ma, dopo molto tempo, perdona suo figlio Assalonne che rientra a corte e viene riammesso alla presenza del re.

Dopo varie vicissitudini,  Assalonne una volta reintregrato nella sua posizione, comincia a tramare contro il padre cercando di accattivarsi il favore del popolo, a tal punto, da costringere re Davide a fuggire per  salvare la vita, perchè Assalonne lo vuole uccidere per usurparne il potere.

A questo punto  scoppia una guerra fra padre e figlio e quindi fra coloro, tra il popolo di Israele, che sostengono l’uno e coloro che sostengono l’altro. Dopo varie battaglie, nell’ultima di esse, che si svolge nella foresta di Efraim Assalonne viene  ucciso da Ioab, nonostante l’ordine di re Davide di risparmiare suo figlio Assalonne.

Davide quando viene a conoscenza che suo figlio Assalonne è stato ucciso  viene scosso da un tremito, sale al piano di sopra della porta e piange; dicendo in lacrime:” Figlio mio! Assalonne figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio  mio, figlio mio!”.

Il popolo d’Israele rimane sconcertato dalla reazione istintiva di Re Davide che pare essersi dimenticato del fatto che Assalonne si sia ribellato a Lui, al punto, da volerne la morte, e che esclamando: “fossi morto io invece di te” non fa altro che  offendere il sentimento di giustizia e di verità di tutti coloro che hanno combattuto per Lui e lo hanno salvato da morte certa; perchè l’unica alternativa possibile sarebbe stata non solo la morte di Davide ma anche di tutti coloro che avevano combattuto con lui e per lui.

Quindi mi piace concludere dicendo che: “Non bisogna amare mai la creatura, più del Creatore” anche quando si tratta, come nel caso in specie, di scegliere fra la vita e la morte di un nostro figlio, perchè chi si contrappone alla Verità e alla Giustizia del Creatore, non merita comunque il nostro amore.

Benedetto Spadaro

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Un atto di fede nel nulla

Amici che mi seguite,  i risultati delle recenti elezioni politiche in Italia, hanno dimostrato quanti siano ancora numerosi gli Italiani che, nonostante i pessimi risultati dell’amministrazione capitolina romana,  sono propensi a fare un “atto di fede nel nulla”, rischiando di consegnare il potere politico in Italia ai rappresentanti del movimento 5 stelle.

Questi signori che hanno pur il grande merito di aver dato una forte scossa all’immobilismo della politica italiana, hanno mostrato, una volta arrivati al potere, un assunto che vale per tutti e in tutte le situazioni e cioè, che è più facile criticare che esercitare il potere, ed anche, che è facilissimo dichiararsi migliori degli altri ed illibati, quando non si è avuta ancora l’occasione di sporcarsi  le mani.

Osservando l’azione politica del  movimento 5 Stelle nei comuni dove sono al potere e in particolare a Roma dove vivo, mi sono spesso chiesto: se sia più pericoloso un disonesto o un incompetente, nel caso in cui, non ci sia che da scegliere fra uno dei due.

Provo a farvi un esempio: se affido la riparazione di un aereo ad una persona onesta ma incompetente, risparmio sicuramente, ma metto a rischio la vita dei passeggeri perchè quella riparazione fatta male pùo provocare la caduta dell’aereo; se invece affido la stessa riparazione ad una persona disonesta ma competente probabilmente spenderò di più perchè mi imbroglierà sul conto, ma avendo fatto bene la riparazione non metterò a repentaglio la vita dei passeggeri.

Vi chiedo, si può far amministrare l’Italia da gente che “per dirla con Berlusconi” non ha amministrato neanche un condominio?

Sinceramente questi Signori, con il dovuto rispetto per le loro persone e per quanto hanno fatto di buono, terremotando la politica italiana stagnante, immobile e sprezzante del bene comune, mi sembrano dei “dilettanti allo sbaraglio” tanto per citare la famosa trasmissione di Corrado, con un difetto gravissimo: una grande presunzione che ai loro occhi li rende puri e migliori degli altri, a tal punto, da rifiutare ogni accordo ed ogni collaborazione con gli altri, quasi come se appartenessero ad una razza superiore.

Tutti noi sappiamo bene, perchè la storia ce lo insegna, cosa può succedere quando qualcuno si crede di appartenere ad una razza superiore.

Benedetto Spadaro

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Servizio sull’artista Benedetto Spadaro su Rete Oro canale 18

Cari amici che mi seguite, nei giorni di: sabato 04/nov. ore 20,00 – domenica 05 nov. ore 22,00 e martedì 07 nov. ore 23,30 potreste vedere la trasmissione Arte 24 su Rete Oro canale 18, all’interno della quale ci sarà un servizio a me dedicato, a cura del Regista Daniele Nicosia della Critica d’arte Francesca Agostino, con musiche originali di Gianfilippo Spadaro.

(Il servizio lo trovate andando sulla pagina dei video di questo sito) 

Buona visione.

Benedetto Spadaro

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Due Presidenti a confronto: Donald Trump ed Herry Truman. L’ imperativo categorico è: non ripetiamo errori catastrofici.

Il presidente degli Stati Uniti d’America Harry Truman,  venne a conoscenza dell’esistenza del Progetto Manhattan solo dopo la morte di Franklin D. Roosevelt e decise di utilizzare la nuova bomba atomica sul Giappone. Nelle sue intenzioni dichiarate il bombardamento doveva determinare una risoluzione rapida della guerra, infliggendo una distruzione totale e infondendo quindi nel governo giapponese il timore di ulteriore distruzione: questo sarebbe stato sufficiente per determinare la resa dell’Impero giapponese, come in effetti avvenne. Sappiamo tutti come andarono le cose, che furono bombardate con l’atomica le due città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Il numero di vittime dirette è stimato da 100.000 a 200.000, quasi esclusivamente civili. Per la gravità dei danni diretti e indiretti causati dagli ordigni e per le implicazioni etiche comportate dall’utilizzo di un’arma di distruzione di massa, si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi.

L’attuale  Presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe trovarsi (speriamo tutti di no), nella gestione della crisi con la Corea del nord, in una situazione molto simile a quella in cui si trovò  il Presidente  Harry Truman durante la seconda guerra mondiale, cioè a dover decidere di sganciare un’ordigno nucleare contro la Corea del Nord.

A tal proposito mi viene da fare una riflessione: se  il presidente degli Stati Uniti d’America Harry Truman, pur decidendo di usare l’atomica, avesse scelto di sganciare le due bombe non su due popolose città come Hiroshima e Nagasaki, ma in un territorio disabitato o almeno molto meno popolato delle due città scelte, forse avrebbe ottenuto lo stesso risultato di far  cessare la guerra, senza provocare un così grande numero di vittime.

Quanto detto è un invito a non ripetere errori catastrofici e a scegliere, se costretti, sempre il male minore.

Benedetto Spadaro

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Il sommo poeta e il sommo scienziato concordano su cosa muove il mondo

Il sommo poeta Dante scrive, in quello che è, a mio giudizio, il più ben versetto della Divina commedia, parlando della creazione:

” S’aperse in nuovi amor l’Eterno amore” .

Scrive anche all’inizio del primo canto del Paradiso:
La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
  Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
  perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
  Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.”

Albert Einstein, a sua volta, nella lettera che segue, che pare sia stata scritta di suo pugno e dedicata alla figlia morta prematuramente, ci consegna  il suo pensiero  collegato indissolubilmente all’amore, che viene definito come una forza universale , una forza che governa tutte le altre e che è la più potente perché è quella che rappresenta il meglio di noi stessi, è quella che unisce, attrae ed elimina l’egoismo dall’umanità .

E ci dice che se vogliamo salvare il mondo l’unica possibilità è affidarci all’amore .

Ecco la  lettera di Albert Einstein a sua figlia Lieserl.

Quando proposi la teoria della relatività , pochissimi mi capirono , e anche quello che rivelerò a te ora , perché tu lo trasmetta all’umanità , si scontrerà con l’incomprensione e i pregiudizi del mondo . 

Comunque ti chiedo che tu lo custodisca per tutto il tempo necessario , anni , decenni , fino a quando la società sarà progredita abbastanza per accettare quel che ti spiego qui di seguito .

Vi è una forza estremamente potente per la quale la Scienza finora non ha trovato una spiegazione formale .

È una forza che comprende e gestisce tutte le altre , ed è anche dietro qualsiasi fenomeno che opera nell’universo e che non è stato ancora individuato da noi .

Questa forza universale è l’Amore . 

Quando gli scienziati erano alla ricerca di una teoria unificata dell’universo , dimenticarono la più invisibile potente delle forze .

L’amore è Luce , visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve .

L’amore è Gravità , perché fa in modo che alcune persone si sentano attratte da altre .

L’amore è Potenza , perché moltiplica il meglio che è in noi , e permette che l’umanità non si estingua nel suo cieco egoismo .

L’amore svela e rivela .

Per amore si vive e si muore .

Questa forza spiega il tutto ed à un senso maiuscolo alla vita .

Questa è la variabile che abbiamo ignorato per troppo tempo , forse perché l’amore ci fa paura , visto che è l’unica energia dell’universo che l’uomo non ha imparato a manovrare a suo piacimento .

Per dare visibilità all’amore , ho fatto una semplice sostituzione nella mia più celebre equazione .

Se invece di E = mc2 accettiamo che l’energia per guarire il mondo può essere ottenuta attraverso l’amore moltiplicato per la velocità della luce al quadrato , giungeremo alla conclusione che l’amore è la forza più potente che esista , perché non ha limiti .

Dopo il fallimento dell’umanità nell’uso e il controllo delle altre forze dell’universo , che si sono rivolte contro di noi , è arrivato il momento di nutrirci di un altro tipo di energia .

Se vogliamo che la nostra specie sopravviva , se vogliamo trovare un significato alla vita , se vogliamo salvare il mondo e ogni essere senziente che lo abita , l’amore è l’unica e l’ultima risposta .

Forse non siamo ancora pronti per fabbricare una bomba d’amore , un artefatto abbastanza potente da distruggere tutto l’odio , l’egoismo e l’avidità che affliggono il pianeta . 

Tuttavia , ogni individuo porta in sé un piccolo ma potente generatore d’amore la cui energia aspetta solo di essere rilasciata . 

Quando impareremo a dare e ricevere questa energia universale , Lieserl cara , vedremo come l’amore vince tutto , trascende tutto e può tutto , perché l’amore è la quintessenza della vita .

Sono profondamente dispiaciuto di non averti potuto esprimere ciò che contiene il mio cuore , che per tutta la mia vita ha battuto silenziosamente per te .

Forse è troppo tardi per chiedere scusa , ma siccome il tempo è relativo , ho bisogno di dirti che ti amo e che grazie a te sono arrivato all’ultima risposta .

Tuo padre Albert Einstein

Che ne pensate, se due dei più grandi geni dell’umanità, a distanza di circa seicento anni, in ambiti diversi, sono arrivati alla stessa conclusione nell’identificare la forza che è all’origine del  mondo e di noi stessi ( L’Amore) questo fatto qualcosa deve pur significare.

Lascio a voi le conclusioni.

Benedetto Spadaro

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Il Mistero dell’Essere cap. XVII “Peccato e pentimento di Davide

Voglio pubblicare il XVII capitolo del mio libro ” Il mistero dell’Essere”.

Chi fosse interessato può acquistare  l’intera opera al costo di euro 3,50 in formato e elettronico seguendo le indicazioni presenti sulla home page di questo sito.

Buona lettura

                                                cap. XVII “Peccato e pentimento di davide” (sam. 12,1) 
Signore mandò il profeta Natan a Davide e Natan andò da lui e gli disse: “Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia. Un ospite di passaggio arrivò dall’uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui portò via la pecora di quell’uomo povero e ne preparò una vivanda per l’ospite venuto da lui”. Allora l’ira di Davide si scatenò contro quell’uomo e disse a Natan: “Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà”. Allora Natan disse a Davide: “Quell’uomo sei tu! Così dice il Signore, Dio D’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ti ho messo fra le braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e se questo fosse stato troppo poco vi avrei aggiunto anche dell’altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria L’Ittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. Ebbene la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Ittita. Così dice il Signore: “Ecco io sto per suscitare contro di te la sventura della tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un tuo parente stretto che si unirà a loro alla luce di questo sole; poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole”. Allora Davide disse a Natan: “Ho peccato contro il Signore! ”. Natan rispose a Davide:”Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai. Tuttavia, poiché in questa cosa tu hai insultato il Signore (l’insulto sia sui suoi nemici), il figlio che ti è nato dovrà morire”. Natan tornò a casa sua.
                                                                                  commento
La storia del popolo d’Israele è giunta in quella fase in cui Dio finalmente adempie le promesse fatte ai patriarchi dei quali il popolo d’Israele è la discendenza, designando il più grande dei loro re in Davide, valoroso guerriero e grande re, il quale guida il popolo ebreo di vittoria in vittoria alla conquista della terra promessa dove scorre latte e miele. Vi chiederete senz’altro: “Come è possibile che un uomo così grande e valoroso come re Davide possa essersi macchiato di un peccato tanto grave come quello di commettere adulterio con Betsabea moglie di Uria L’ Hittita, uno dei suoi più valorosi soldati e come se non bastasse, di mandare lo stesso incontro a morte sicura esponendolo in prima fila in battaglia per nascondere il suo peccato?” Eppure Davide nonostante il gravissimo peccato commesso rimane un grande uomo nonché uno splendido esempio di re. Vi chiederete ancora: “Si può essere grandi quando si è commesso un peccato come quello di Davide, che solo a sentirlo raccontare, invoca una giustizia pronta e spietata per la sua stessa gravità secondo il giudizio pronunciato dallo stesso?” Provo a rispondervi con un si e la risposta è giustificata da quella stupenda ammissione che Davide fa, allorché il profeta Natan gli rivela che quell’uomo contro il quale egli aveva emesso un giudizio di morte dicendo: ”Per la vita del Signore chi ha fatto questo merita la morte”, è lui stesso. Re Davide non ha cercato scuse, come probabilmente avremmo fatto noi dicendo che magari la colpa era di Betsabea che ci aveva indotti a peccare facendo il bagno nuda in giardino, ma ha ammesso la sua colpa in maniera assoluta senza cercare di giustificarla con quella degli altri. “Quell’uomo sei tu”. Sono queste le parole che Dio stesso ci dirà allorché nel giudizio finale ci chiederà conto di tutte le volte che abbiamo giudicato il nostro prossimo molto più severamente di quanto abbiamo giudicato noi stessi. Ci dirà anche: “Quell’uomo che tu hai giudicato e che avresti voluto uccidere tanto lo ritenevi ingiusto, ebbene quell’uomo sei tu: Cristo ci dice nei vangeli:
“Con lo stesso giudizio con cui hai giudicato gli altri sarai giudicato”.
E San Paolo nelle sue lettere:
“O uomo non ti accorgi che giudicando gli altri condanni te stesso?”
Il Mistero che ci ha originati rivelandosi a noi è stato chiarissimo su questo punto, assicurandoci che il giudizio finale a cui dovremo sottostare alla fine della nostra esistenza terrena, sarà costituito dai nostri stessi giudizi espressi nei confronti del nostro prossimo nel corso della della nostra vita, in situazioni analoghe a quelle a cui dovremo rispondere nel giudizio finale. Quindi l’uomo per salvarsi e rendersi così degno di entrare in comunione di vita eterna con il suo Creatore, ha due possibilità: • La prima consiste nel non commettere mai peccato e giudicare severamente gli altri. • La seconda consiste nel peccare ma al tempo stesso nell’essere capace di perdonare i peccati degli altri, cosciente del fatto che, perdonando gli altri, non fa altro che perdonare se stesso.
Premesso quindi che la prima possibilità non è realizzabile, in quanto tutti gli uomini anche i più grandi come Davide, almeno una volta nella vita peccano gravemente, non rimane che la seconda. Ma alla seconda possibilità si accede dopo la presa di coscienza che rende grande l’uomo e lo fa crescere, da quel poter dire consapevolmente:
“Ho peccato contro il Signore”.
La grandezza di Davide è salva nel momento in cui egli, pronunciando questa frase, ammette la sua colpa senza preamboli o inutili scuse ma in maniera assoluta. La grandezza dell’essere è tutta qui: nella coscienza di peccare continuamente contro quell’Amore che lo ha chiamato ad esistere e che lo avvolge passo dopo passo in tutta la sua esistenza, nella coscienza di essere incapace di ricambiare adeguatamente un amore così grande. Coscienza questa che porta l’essere a mendicare, oltre al resto, anche la capacità di amare per poter corrispondere almeno in parte ad un amore così grande, nella coscienza che tutto, anche la capacità di amare proviene dalla sua Origine. Costruire al contrario la propria vita giudicando gli altri, prima di avere severamente giudicato se stessi allontana da quell’amore

perché chiude l’essere entro i suoi limiti, anziché aprirlo alla grandezza di Dio. Il motivo di questo allontanarsi è semplice, finché non si abbandona la propria misura nel valutare tutte le situazioni Dio non ci può far partecipe della sua. Perdonare significa in fondo rimettere tutto ad una giustizia più grande, nella consapevolezza che da quella giustizia abbiamo anche noi molto da farci perdonare, che saremo perdonati solo se a nostra volta sapremo perdonare e che quindi perdonando gli altri facciamo anche e sopratutto i nostri interessi. A questo punto preciso che perdonare non significa astenersi dal giudicare il bene e il male che avviene intorno a noi, anzi bisogna sempre avere chiaro il limite del perdono e della carità che dobbiamo usare verso il nostro prossimo, ebbene questo limite è la verità stessa che non può essere annullata da quell’amore e da quel perdono che essa stessa ci comanda. Di conseguenza, perdono e carità dovranno essere offerti nella verità della circostanza stessa che li provoca e non secondo un nostro personale concetto di amore e di perdono ma nella stessa maniera in cui il Cristo ci insegna ad amare e a perdonare. In altri termini il perdono, perché possa rimettere in moto il rapporto affettivo con la persona a cui viene offerto, deve passare attraverso l’ammissione della colpa da parte di chi l’ha commessa in quanto il perdono non può annullare quella verità di cui è parte. Nel caso manchi questa ammissione, il perdono si traduce in chi lo offre in uno stato d’attesa e di disponibilità che consente al soggetto in colpa di rendersi conto del male fatto. L’ammissione della colpa potrà anche essere sollecitata tramite una richiesta di chiarimento da parte di chi vuol perdonare. Del resto, se le cose non stessero così come intendono alcuni, anche Dio potrebbe benissimo perdonarci tutte le colpe senza mai giudicarci. Egli invece, ci perdona non perché intende far venire meno la giustizia, ma unicamente per offrirci la possibilità di amare anche dopo il peccato, ciò che avremmo dovuto amare prima di peccare. Il perdono di Dio quindi, è strumentale alla nostra crescita nella verità e proprio per questo ha due limiti inderogabili: • che non può essere un perdono che che neghi la verità stessa. • che coincide con la morte fisica dell’essere.
Anche il nostro perdono quindi, non dovrà avere il carattere di una mera rinuncia a controbattere il male (che anzi in questo caso potrebbe trattarsi di vigliaccheria travestita da perdono) ma avrà unicamente lo scopo di offrire a coloro che perdoniamo, quella stessa possibilità che Dio dà a ciascuno di noi perdonandoci. Ma Dio non ci perdona prima che ci siamo pentiti, ed abbiamo ammesso la nostre colpe; anche se riamane sempre in attesa della nostra sincera richiesta di perdono. Chi ha capito veramente cosa significa perdonare sa che il perdono lungi dal produrre atteggiamenti passivi, come purtroppo accade quando viene inteso male, produce nell’essere una intensa attività che va dalla preghiera a Dio, perché faccia ravvedere l’offensore, allo sprigionarsi della sua intelligenza e creatività nel creare azioni efficaci ed incidenti tali da portare il soggetto che ha offeso ad una sincera ammissione della sua colpa, più che nei suoi confronti, nei confronti del principio che lo ha originato, come fece Davide dicendo: “Ho peccato contro il Signore”. Senza contare, che l’autentico perdono degli altri passa anche attraverso il perdono di se stessi, dei propri limiti e delle proprie grettezze, perché chi non è capace di perdonare se stesso a maggior ragione non può essere capace di perdonare gli altri. Accettare il proprio essere nella verità dei suoi limiti e delle sue colpe, significa capire i limiti e le colpe degli altri ed essere capaci di perdono gratuito e vero. Un altro punto mi sembra opportuno chiarire, quello della morte del figlio di Davide. Qualcuno certamente si sarà scandalizzato, leggendo alla fine il testo biblico riportato che il figlio di Davide dovrà morire a causa del peccato del padre, come in effetti avviene. Ma perché scandalizzarsi di un mistero di cui l’uomo è parte, invece di cercare di capirlo? Se il creatore ha stabilito che fra le sue creature ci fosse una solidarietà nel male è perché la stessa solidarietà c’è anche anche nel bene. Se ha stabilito che il male dei padri ricada sui figli, come in effetti è stato da sempre ed è ancora oggi, perché inorridiamo? Certamente per cercare di sfuggire ad una buona parte della responsabilità legata al nostro essere. Non sappiamo forse che non è mai servito a nulla cercare scuse o negare l’evidenza, ma invece è necessario assumersi interamente la propria responsabilità e fare quello che va fatto, per evitare non soltanto a noi ma anche ai nostri figli che dipendono da noi grossi guai? In fondo a ben pensarci, Dio ci ha tanto resi simili a se da far dipendere i nostri figli in gran parte da noi, allo stesso modo in cui noi dipendiamo in tutto da Lui. In altri termini ci ha resi creatori, anche se indiretti, di nuove vite facendoci sperimentare cosa significa generare un essere simile a noi dipendente, almeno all’inizio, in tutto da noi al punto che possiamo anche sopprimerlo, come del resto anche la legge scandalosamente ci consente non condannando l’aborto, proprio per renderci più chiaro il nostro rapporto con Lui. Di conseguenza, Dio rende la nostra soggettività misteriosamente partecipe del suo stesso potere di creare. Come non vedere in tutto questo un immenso amore del Creatore per le sue creature? Se poi questo potere datoci per amore (lo stesso che Davide esercitava su un intero popolo) noi lo usiamo per uccidere o per far del male perché ci scandalizziamo di Dio e non di noi stessi quando subiamo le terribili conseguenze del nostro operato? Forse ci scandalizzeremmo di chi, avendoci dato generosamente una forte somma, si trovasse poi a dover constatare che con quella somma abbiamo compratola droga per noi e per i nostri amici, anziché spenderla in maniera costruttiva ed utile? Chi avrebbe il coraggio di dire che il male di avere qualche drogato in più sia stato causato dal quel gesto di generosità che comunque ha consentito il fatto, piuttosto che dalla stoltezza di coloro che erano stati beneficati? Se non arriviamo a questa conclusione, è perché abbiamo imboccato quella brutta strada che ci porta a dire che la colpa è sempre di qualcun altro e mai nostra, non rendendoci conto che questo equivale alla rinuncia della nostra soggettività. Ma se ci reputiamo solo degli oggetti nelle mani di cose più grandi di noi perché ci lamentiamo borbottando contro Dio e contro gli uomini, assumendo così all’improvviso una capacità di giudizio che implica quella soggettività a cui, in altra occasione, abbiamo rinunciato? Vogliamo dunque alternarci nel ruolo di soggetti o di oggetti a seconda di ciò che ci risulta più comodo. Di certo è proprio così, e se siamo giunti a tanto la “colpa” è unicamente di Chi ci ha elevati ad una dignità che non meritavamo e ci ha amati di un amore di cui non eravamo degni.
Ma che volete farci, l’amore è quella forza misteriosa che fa accadere le cose più strane come quella di far salire Dio sulla croce riducendo l’Onnipotenza alla più assoluta impotenza e come consente a noi di perderci molte volte dietro falsi dei, consente a Dio di perdersi dietro la sua creatura fino a dare la vita per salvarla e fa si che egli ami anche chi non meriterebbe di essere amato. Siamo dunque ad immagine e somiglianza di Dio anche in questo perderci in amori che ci fanno molto soffrire senza darci nulla in cambio, infatti cosa potremmo sperare di dare noi a Dio che Egli non possieda già. Ma mentre il “perdersi” di Dio è per noi fonte di vita, il nostro perderci dietro falsi dei è per noi e per i nostri figlisolo fonte di morte.

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Il tempo lo spazio e l’eternità. ( parte seconda )

Voglio comunicarvi le ulteriori  riflessioni sul tempo lo spazio e l’eternità. ( leggi il primo articolo sull’argomento su questo sito, vedi anche video di Bonolis sulla sua conferenza alla Luiss dal titolo”Way Into the Future ..But Watch Your Step! “)

Mio figlio Gianfilippo mi ha posto una interessante domanda sull’epoca in cui avrei preferito vivere. Come tutti i giovani dell’era digitale, pretendeva da me una risposta immediata come è quella che ci può fornire un motore di ricerca come google, ma io gli ho detto che per rispondere ad una domanda così importante, era necessario che ci riflettessi un pò.

Ebbene dopo averci riflettuto, cercando nella mia memoria,  ho fatto la seguente scoperta che mi ha stupito: Esaminando i momenti più felici e più tristi della mia vita  mi sono accorto che i sentimenti di gioia o di dolore che mi avevano provocato non dipendenvano dall’epoca in cui erano collocati, quanto piuttosto da come li avevo vissuto  io, all’interno delle epoche stesse.

Infatti, le “perle” e le sofferenze della mia vita ( come diceva il Principe Fabrizio ricordando le sue vicissitudini prima di morire, nel celeberrimo romanzo: ” Il  Gattopardo”) erano e sono connotate dal mio grado di avvicinamento  all’Assoluto all’Eterno.

Questa considerazione ha come fondamento la concezione di tempo e di eternità di cui parla Sant’Agostino nella sua opera più celebre “Le confessioni”. Nella stessa, Sant’Agostino dice in pratica che, il tempo altro non è, se non una parentesi aperta dall’onnipotente Dio nell’eternità, che è la dimensione stessa di Dio. Specifica inoltre, che nell’eternità  sono presenti contemporaneamente le tre dimensioni temporali : passato presente e futuro  che sono le dimensioni temporali nelle quali vive ciascuno di noi.

Ora rendiamoci conto che, le dimenzioni spaziali e temporali sono causa in noi di continui mutamenti (il più estremo dei quali è la morte) che contrastano con la nostra natura eterna ed immortale e ci sottopongono a dei continui sbalzi di umore.

Considerato tutto ciò,  ripercorrendo i momenti più esaltanti e felici della mia vita, ho potuto ricordare che essi sono sempre stati e sono legati, non alle varie epoche in cui ho vissuto, ma al come le ho vissute soggettivamente; infatti tutte le volte che con la mia vita,  sono riuscito a realizzare i valori costitutivi della mia persona che sono eterni ed immortali ho provato felicità;  quando invece me ne sono allontanato ho provato tristezza e dolore.

Benedetto Spadaro

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L’esternalizzazione delle colpe

Una delle cose che vanno molto di moda nella moderna civiltà è l’esternalizzazione delle colpe dalla propria soggettività. Infatti è  comune l’abitudine a lamentarsi dicendo che la colpa, quando le cose vanno male,  è sempre di qualcun altro,  senza porsi il problema se c’è una parte di colpa che è anche nostra.

Questo puntare il dito sugli altri e mai su noi stessi  provoca una situazione di stallo, nel senso che ci sentiamo appagati nella comune lamentela senza fare nulla per cambiare veramente le cose e sopratutto per cambiare noi stessi, che è la cosa che sta, più  di tutto il resto, alla nostra portata e che potrebbe migliorare di molto la situazione.

In pratica sprechiamo le nostre preziose energie in un piangersi addosso lementandosi degli altri, anzichè impiegarle molto più profiquamente cercando in noi delle possibili evoluzioni e cambiamenti che possano migliorare oggettivamente la situazione.

Vi assicuro che questo è un errore fatale, che fa si che la nostra vita, non solo non si evolva in meglio, ma  diventi  triste impotente.  Invece se ci pensiamo bene e ci abituiamo a condividere le colpe di tutto il male che accade, senza cadere nell’eccesso opposto, esagerando con i sensi di colpa, facilmente scopriamo che possiamo fare anche noi qualcosa per migliorare la situazione senza aspettare che  la facciano gli altri per primi.

Come diceva il Mahatma Gandhi: “Cominciamo noi ad essere il mondo che vorremmo” rendendoci finalmente conto che esternalizzare le colpe ci rende sterili, invece condividerle nella giusta misura ci  rende propositivi e provoca un nostro miglioramento.

Benedetto Spadaro

Ieri è nato Leonardo il primo nipote dell' Artista

L’irrealtà del vivere senza significato

Quando pensiamo al significato da dare alla nostra esistenza, stiamo facendo, forse senza rendercene conto, una delle attività più nobili e proficue del nostro essere uomini. Infatti se non attribuiamo un significato a noi stessi ed alla nostra vita, per la proprietà transitiva, anche tutto il resto perde di significato. Come ripeteva spesso Don Luigi Giussani, uno dei maestri della mia vita, ” L’uomo è il livello della natura che si chiede il perché delle cose.” Per cui non solo è umano ma è anche indispensabile la ricerca continua del proprio significato.

Diceva Mircea Eliade storico delle religioni: ““ Più l’uomo è religioso più è reale, più si strappa all’irrealtà di un divenire senza significato”.

In pratica voglio dire che, se l’uomo non trascende se stesso e non ammette una entità oltre se stesso, che dia senso ed unifichi tutta l’esistenza, vive in una irrealtà e in un divenire senza significato, che compromette non solo l’aldilà ma anche e sopratutto l’aldiquà.

Concludo dicendo che chi crede nell’aldilà sta meglio anche nell’aldiquà, per cui, se per pura ipotesi, Dio non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Benedetto Spadaro

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Nel cristianesimo il merito è più nel riconoscersi peccatori che nel cercare di essere giusti

E’ molto difficile da accettare per molti di noi, ma è proprio così: ” Nel cristianesimo il merito è più nel riconoscersi peccatori che nel cercare di essere giusti”. Trattasi di una rivoluzione copernicana operata da Gesù, che in quest’epoca in cui impera un falso moralismo che spinge i più, specie in politica, a dire: “Io sono meglio di Lui” evidenzia la negatività di questa corsa a vantarsi di essere migliori intrapresa dai nostri politici, che senza pietà, non mancano di assestare colpi bassi ai propri avversari pur di prevalere.
Infatti non c’è nulla di più anticristiano che pensare di essere migliori o più giusti degli altri e perciò pensare di avere il diritto di inveire duramente contro i peccatori, in quanto Gesù stesso ci ricorda, in varie occasioni che, chi non ha coscienza di essere un povero peccatore non gli appartiene.
Ed allora quanto sta accadendo in politica sotto i nostri occhi è quanto di più anticristiano possa accadere, ovvero una corsa frenetica dei contendenti nel cercare la pagliuzza negli occhi dei loro avversari, per nascondere la trave che sovrasta i propi occhi. E’ assai raro sentire un politico dire ai suoi sostenitori: “Scusate ho sbagliato”, e anche quando ciò accade, questo fatto, viene considerato non una virtù ma una debolezza.

A noi comuni mortali dovrebbe sorgere almeno il dubbio che forse abbiamo perduto la bussola, se giudichiamo l’ ammissione di colpa una debolezza e l’accusa sistematica e crudele dei propri avversari una virtù.

Benedetto Spadaro